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  arciprete [ ORGOGLIO ANTICOMUNISTA E ANTISTUPIDITA' ]
         

questo blog ha avuto inizio il 06.12.2004

il mio profilo
:
"sono un uomo libero in un paese che non lo è", non lo è perchè soggetto al giogo delle mafie. Parlo delle mafie disarmate, quelle che non hanno (ancora) avuto bisogno di spargere sangue.

i miei interessi:
storia e  politica
  astronomia
    viaggi
      cinema (Allen, Bunuel ...)

il mio nome:
 l'Arciprete è l'anima nera che alimenta la mafia occulta nel romanzo sciasciano "A ciascuno il suo" ,ove si rappresenta la realtà senza necessità di romanzarla,
realtà che incontriamo in tanti paesi d'Italia, anche in quelli che non assurgono al palcoscenico della cronaca nera

un maestro:

“Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà, ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun paese del mondo. Il clericale non arriverà mai a capire la distinzione tra peccato - quello che lui crede peccato - e delitto - quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Punisce il peccato come se fosse delitto, e perdona il delitto come se fosse peccato. Non è mai uscito dall’atmosfera dei dieci comandamenti, nei quali il rubare e l’uccidere (delitto) sono messi sullo stesso livello del desiderare la donna altrui (peccato). Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili”


Gaetano Salvemini, 1947



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31 gennaio 2005

sciascia

Mafiosità 10

A CIASCUNO IL SUO

Giovedì prossimo, 3 febbraio, alle ore 19, nella Biblioteca comunale presso S. Antonio, presenterò il libro “A ciascuno il suo” che Leonardo Sciascia scrisse nel 1966.
Ogni giovedì alcuni amici dei libri si riuniscono all’Antoniana per parlare dei testi che amano e, a turno, uno degli amici dice qualche parola di presentazione.
Ne parlo in quest’appuntamento domenicale sulla nostra mafia locale sia per invitare il lettore sia perché c’è una analogia tra quel libro e questa rubrica.
Infatti il libro si riferisce ad un periodo nel quale in Sicilia si negava l’esistenza stessa di Cosa Nostra, sui giornali ed in parlamento si negava ancora che perfino esistesse un’organizzazione malavitosa. E i libri di Sciascia aiutarono a far conoscere il fenomeno.
Anche oggi, ad Ischia, nessuno prima di me ha parlato di mafia riferendosi a quei fenomeni delinquenziali che avvengono attorno all’abusivismo edilizio, alla corruzione che infetta i comuni, alla sopraffazione politica con voto di scambio, all'arricchimento di pochi a spesa dei molti.
Anche oggi, ad Ischia, si dice che la mafia non esiste e che questi miei articoli domenicali sono frutto di pura fantasia o divertimento.
Ma veniamo al libro; esso ha la forma della realtà piuttosto che quella del romanzo. La sua trama, la storia che racconta, non hanno le caratteristiche del romanzo ma quelle della vita comune, reale.
Per fare meglio intendere questa tesi devo fare un confronto con un romanzo arcinoto, anche se tra i due libri c’è poco o nulla in comune, mi riferisco a I Promessi Sposi: tutti l’abbiamo studiato, quindi parlo di qualcosa di comunemente noto e comprensibile.
I personaggi del grande romanzo storico manzoniano seguono un destino ispirato alla morale del libro che opera attraverso l’intervento della provvidenza divina: il cattivo può redimersi (fra Cristoforo, l’Innominato), se invece il cattivo persevera nell’immoralità fa una brutta fine (don Rodrigo tra gli appestati), i buoni vissero felici e contenti. Finiamo di leggere e siamo appagati: il bene trionfa. E’ la verità romanzata.
Sciascia invece ci mostra personaggi dai destini veri: quelli che amano finiscono ammazzati, i crudeli amanti assassini e mafiosi vissero felici e contenti, i pavidi vivacchiano in silenzio ed amaramente ammettono di non avere libertà né dignità. Solo i pazzi, chiusi in casa loro, distanti da tutti, possono dichiarare la loro libertà. La mafia impera. Finiamo di leggere e siamo sgomenti: dove ci tocca vivere. E’ la realtà vera.
I Promessi sposi è un grande quadro dell’Italia con al centro il suo protagonista: il 600 lombardo.
A ciascuno il suo è una fotografia di una piccola comunità con al centro il protagonista di oggi: le mafie.
Non la mafia, si badi bene, intesa come Cosa Nostra. La Camorra, Cosa Nostra, la Ndrangheta sono nomi propri del fenomeno mafia, così come si realizzano a Napoli, in Sicilia o in Calabria, con i loro connotati di violenza e di sangue. La mafia è il nome comune del fenomeno che in ciascuna comunità mafiosa si manifesta con caratteristiche proprie e si nasconde dietro maschere che bene o male dissimulano. Dove con la lupara, dove con il codice.
Ci sono mafie in tutte le comunità ove si realizzano due condizioni: arricchimento di una cosca e perdita di libertà della restante parte della società a causa della sopraffazione esercitata dalla cosca al potere. Non è necessario il traffico di stupefacenti, non sono necessari i morti ammazzati. Le costanti sono arricchimento e sopraffazione.
Oggi che – grazie anche a Sciascia - conosciamo la Mafia siciliana, sforziamoci di riconoscere anche quella ischitana.




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31 gennaio 2005

nano

Mafiosità 9

IL NANO GHIACCIATO

Ve lo ricordate quello spumantino confezionato in una bottiglietta, da bere gelato? Il Nano ghiacciato di cui parlo questa domenica non è quello ma è un funzionario comunale di statura (fisica) limitata che è rimasto basito (di ghiaccio) per come è stato trattato in un comune mafioso.
Fu assunto senza concorso, ma con decreto del sindaco, per le sue alte competenze in materia di commercio pubblico. Lui diceva pure di essere parente del sindaco che lo aveva nominato (appartenere alla famiglia, in un paese di mafia, è importante), anche se il suo parente gli diceva spesso: “Zitto tu, che sei più corto di me!” Per un po’ di tempo fece il bello e cattivo tempo nel municipio gestito dalla mafia disarmata. Pur non essendo laureato né selezionato in un pubblico concorso, fece il dirigente, percepì lo stipendio di dirigente e tutte le indennità del caso.
Poi un giorno osò disobbedire, si rifiutò di dare una licenza illegittima ad un affiliato della cosca, pretendeva (cosa assurda in quel comune) di applicare la legge. Per la verità sarebbe stata la prima volta. In altri casi, per dare la licenza illegittima ad amici degli amici aveva dichiarato il falso, si era pure beccato una denuncia ed un rinvio a giudizio. E’ ancora sottoposto a processo penale.
Ma quella volta voleva fare il duro e negare il favore ad un picciotto molto legato alla “famiglia”. Il picciotto, quando ebbe l’affronto, disse in pubblico “Gli do un cazzotto in testa che lo accorcio ancora un poco, quel nano maledetto”.
Il nano si rivolse alla giustizia, e denunciò il picciotto per minacce. I testimoni che avevano ascoltato la minaccia furono colti da amnesia acuta. E’ così che accade nei paesi di mafia, ove questa malattia della memoria si chiama omertà.
Come andò a finire? Come sempre nei comuni di mafia: il Nano Ghiacciato non fu riconfermato in quel posto e il picciotto aprì il locale con una bella licenza taroccata.
Questo caso è stato un esempio ed un monito per tutti i dirigenti esterni assunti nei comuni di mafia con decreto sindacale. La morale è chiara: guarda che l’alta professionalità la scriviamo sul decreto di nomina, ma tutti sappiamo che è una balla, tu vieni assunto e ben pagato per fare carte false, per fare falsa testimonianza, per agevolare i picciotti e perseguitare gli avversari politici.
Quella che ho descritto è una storia che si sviluppa in una serie di violazione di legge: era illegittima la nomina del Nano Ghiacciato sia perché non aveva le caratteristiche che la legge prescrive per accedere alla funzione dirigenziale, sia perché nei ruoli comunali c’erano i funzionari che potevano ricoprire quel ruolo; era illegittima la nomina per pochi mesi che costituisce l’arma del ricatto: obbedisci o non sarai riconfermato! Era illegittima, ovviamente, la licenza al picciotto.
Con questa serie di illegittimità, in un paese ove esiste il diritto e la giustizia penale, avremmo sentito tintinnare le manette. In un paese di mafia abbiamo avuto solo la cacciata del nano.
Conclusione: caro Nano Ghiacciato, scusami se ho parlato di te in modo meno velato del solito e se ho scherzato sulla tua statura, confido sulla tua autoironia. Ma di tutta la vicenda non hai da lamentarti. Anzi, sei un fortunato. Un po’ di soldini li hai portati a casa; il potere (che ti piace tanto e che ti fa sentire più alto) l’hai esercitato, infine la vicenda si è conclusa senza molto danno.
Pensa se non avessero potuto rimuoverti facilmente e se tu avessi costituito un serio ostacolo ai loro affari: saresti finito in una piccola bara, là sotto, in una piccola fossa.




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6 dicembre 2004



Mafiosità 4

Qualche giorno fa su questo giornale apparve un articolo a tutta pagina che paventava i timori del settore turistico per la cattiva stampa di cui gode Napoli, il nostro capoluogo, per la recrudescenza criminale. E’ un atteggiamento tipico di noi isolani che amiamo credere che i problemi della “criminalità organizzata” siano confinati alla città e che il mare che ci circonda riesca a proteggerci.
Sono piuttosto propenso a ritenere, come mi sono sforzato di segnalare le scorse domeniche, che dobbiamo preoccuparci della nostra mafia (tutta isolana) che sta distruggendo il territorio e, con esso, sta minando ogni possibilità di futuro benessere dell’isola. Il mio non è un ragionamento pan-ambientalista. Ne faccio, soprattutto un problema di vivere civile e senza sopraffazione.
Stamattina, mentre scendevo al porto, ho incrociato ai Pilastri un camion colmo di lamiere coibentate: una futura baraccopoli. Per spezzare la corsa all’edificazione selvaggia è necessario aggredire il fenomeno dell’abusivismo guardando alla sua complessità e non al singolo abuso. Dobbiamo imparare a percepire il fenomeno come un fenomeno malavitoso organizzato da cui derivano due interessi: da una parte l’interesse del singolo cittadino che non può fare altro che ricorrere all’abusivismo (perché le regole sono negate dalla mafia che controlla le amministrazioni) e che paga tutti i costi; dall’altro gli interessi delle cosche politico/professionali che indirizzano i cittadini su quella via.
La Giustizia persegue solo i primi e non riesce ad arrestare il fenomeno. Se invece volesse attaccare anche il secondo centro mafioso di interessi dovrà agire con la forza e i mezzi di cui dispone la Procura Distrettuale Antimafia e non la sezione a tutela dell’ambiente.
Il fenomeno deve essere guardato sotto i profili che pongono le condizioni che favoriscono l’abusivismo:
1- raccolta del consenso politico attraverso lo scambio protezione/voto;
2- la carriera di tecnici e piccoli imprenditori e come essa muta appena vengono a contatto con la politica locale;
3- la nomina dei capi dei Vigili Urbani e l’organizzazione posta in essere dagli stessi (perché intervengono solo su denuncia del vicino?);
4- la nomina dei dirigenti degli Uffici Tecnici fuori ruolo quando negli organici ci sono le figure corrispondenti;
5- I legami cliente/procuratore che esistono tra queste figure di alti funzionari e gli avvocati presenti in politica.
Tutti questi elementi messi insieme riescono a costruire un quadro completo dell’ambiente mafioso entro il quale prospera l’abusivismo.
Nelle prossime domeniche ne parleremo più dettagliatamente.

5 dic 2004




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6 dicembre 2004

mafiosità 3

Mafiosità 3

La testimonianza accorata della signora Rita Borsellino, accolta ad Ischia dal Vescovo e da un numeroso uditorio anche non cattolico, aggiunge alcuni spunti di riflessione alle considerazioni che da alcune domeniche vado svolgendo su questo giornale sulla mafiosità e sulla “mafia disarmata” che attanaglia anche la nostra comunità isolana. Essi derivano da due osservazioni di grande interesse che sono venute dalla sorella dell’”eroe civile”:
1. non c’è solo la mafia (intesa come Cosa Nostra, o ‘ndrangheta) ma le mafie ed infatti la sua iniziativa si chiama “Carovana Antimafie”, al plurale;
2. c’è una mafia anche a Trento, e quindi non solo in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia; bisogna saper “leggere il territorio” per vederla.
DIVERSE FACCE DELLE MAFIE
Il concetto dell’esistenza di diverse mafie, con diversi e particolari connotati, conferma quanto vado sostenendo da alcune domeniche su queste pagine. C’è mafia ovunque il potere si esprime in termini di sopraffazione e costrizione, ovunque il diritto è denegato, ovunque l’illegalità è diffusa. La signora Borsellino esorta tutti a praticare la legalità, ad ogni latitudine, in ogni contesto sociale. Ci esorta, inoltre, a non lasciare i bambini, le donne, gli indifesi all’arbitrio dei mafiosi. Nella nostra realtà questo significa che lavorare è un diritto e non è necessario leccare il sindaco o il potente di turno per avere un lavoro. Che la casa è un diritto ed il cittadino deve poterla realizzare o acquistare legalmente senza essere mutato in abusivo dai mafiosi dell’edilizia, siano essi politici, professionisti o imprenditori.
LEGGERE IL TERRITORIO
La signora Borsellino ci ha raccontato che quando la sua carovana antimafie è andata a Trento qualcuno quasi si è scusato di non avere da quelle parti un Riina. Allora lei ha chiesto se in quel contesto ci fosse la prostituzione, se si praticasse lo spaccio di droga. Ottenute la risposte positive ha mostrato la presenza di una mafia che ha connotati diversi da quella siciliana ma che è pur sempre mafia. Per riconoscerla dobbiamo “leggere il territorio”, cioè guardarci intorno e capire da dove viene l’arricchimento improvviso, attraverso quali canali il potere esercita la sopraffazione, con quali sistemi tiene legati i cittadini.
Da noi la risposta è semplice: la mafia dell’edilizia ha corrotto Ischia, ha trasformato gli ischitani in delinquenti. I mafiosi hanno creato le condizioni (senza Piani Regolatori, con la confusione delle norme e la disparità di trattamenti) per cui il cittadino/vittima DEVE violare la legge e poi sottomettersi ai rigori del giudizio penale ed affidarsi, per la sua difesa, ai mafiosi stessi. Ed infine votarli per conservarne il potere ed ottenerne la protezione.
Il dominio della mafia sulla vittima passa anche attraverso il senso di colpa che riesce a fargli provare.

27 nov 2004




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6 dicembre 2004

mafiosità 2

Mafiosità 2

Quando, domenica scorsa, il Golfo ha pubblicato il mio pezzo sulla mafiosità qualche amico spiritoso mi ha chiesto se le decine di migliaia di abusivi dell’isola d’Ischia si possono accostare agli affiliati di Cosa Nostra. Ho risposto (molto seriamente perché il fenomeno è serio e non vale scherzarci sopra) che non lo penso e spero di spiegarmi con un esempio. Prima devo però premettere che questa discussione nasce da una giusta provocazione di Domenico Di Meglio, il quale ha colto nel segno quando ha considerato che “La mafiosità non è una caratteristica siciliana, o calabrese e napoletana. No, è una caratteristica di tutte le società che hanno perso di vista le regole del vivere civile e praticano l'inciviltà della violenza in doppio petto”. Da questo discorso ne ho tratto che nella nostra isola (e non solo) questo fare mafioso – anche se senza armi – lo troviamo nella gestione dell’edilizia abusiva.
Per tornare poi al quesito del mio amico chiarisco che penso una cosa molto precisa: il singolo cittadino che ha costruito casa abusivamente non è colluso con la mafia disarmata dell’abusivismo edilizio ma ne è vittima. E’ vittima come il negoziante che paga il pizzo.
Mi spiego con un esempio.
In un comune non mafioso dal 1952 (anno della prima legge urbanistica) si costruisce nel rispetto del Piano Regolatore. Nei comuni governati dalla mafia (disarmata o meno) il Piano Regolatore non sanno nemmeno cosa sia. Vediamo come si costruisce nel primo e nel secondo caso.
COMUNE NORMALE
Il cittadino che voglia realizzare un manufatto si reca da un tecnico qualsiasi (da quello che apprezza di più, dall’amico, dal cugino) e gli commissiona l’incarico. Il Tecnico consulta il Piano Regolatore, verifica gli indici e le norme, prepara il progetto che viene approvato in poche settimane perché conforme alle norme di Piano. Poi sceglie l’impresa che gli fa il prezzo migliore e gli garantisce la qualità desiderata. Costruisce pagando il giusto.
COMUNE MAFIOSO
Il cittadino che voglia realizzare un manufatto si reca dal Sindaco che gli impone il tecnico al quale rivolgersi, o si reca direttamente dall’assessore che di professione fa l’ingegnere, o dal vice sindaco che di professione fa l’architetto. Questi gli dice che legalmente non si può costruire ma che se ne occuperà lui che è tutt’uno con il Dirigente dell’Ufficio Tecnico e con il Comandante dei Vigili. Gli spiega come e quando deve costruire abusivamente e gli prepara una DIA fasulla, con un fabbricato che non esiste di cui si chiede la sostituzione di solaio. Il cittadino paga subito, per la carta falsa che solo il tecnico affiliato alla mafia gli può redigere, 4 o 5 mila euro. Questa carta falsa giunge al Comune e il Dirigente dell’UTC crede ciecamente nella falsa attestazione di chi l’ha messo a quel posto. Iniziano i lavori affidati alla ditta di fiducia della mafia, anche se costa il doppio del mercato. I vicini chiamano i Vigili quando vedono sorgere il “casatiello”. I Vigili arrivano sul posto con un geometra precario dell’Ufficio Tecnico, vedono il fabbricato, vedono la falsa DIA. Nulla da osservare: anche il comandante dei Vigili è stato promosso a quel ruolo in modo illegittimo, quindi tace. Il geometra, se vuole salvare il posto, si gira dall’altra parte. I vicini increduli chiamano altre forze dell’ordine; questa vanno avanti ed indietro portate per i vicoli dagli amministratori e dai tecnici comunali. Se un maresciallo è bravo riesce a capire e sequestrare quando il gioco è fatto. Il prossimo condono sanerà tutto. Il cittadino/vittima ha pagato un sacco di soldi e ne paga ancora per difendersi in tribunale, rivolgendosi a chi? All’avvocato della mafia!
La mafia prospera, anche senza ammazzare nessuno, e i tribunali fanno il gioco delle parti prendendosela con le vittime.

20 nov 2004




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6 dicembre 2004

mafiosità 1

Caro Direttore,
uno dei tuoi migliori editoriali è comparso su questo giornale qualche giorno fa, sull’onda emozionale che ti ha procurato la visione della fiction su Borsellino.
In questo pezzo, quanto mai riuscito, hai colto un aspetto di notevole importanza quando hai descritto la “mafiosità, che è la predisposizione culturale a sopraffare gli altri, a corrompere, a rubare le risorse pubbliche ed anche lo stipendio, a vivere nella illegalità” .

Su quest’argomento ti capisco e ti seguo. Condivido quanto hai scritto. Convengo che anche nella nostra comunità isolana siamo immersi nella mafiosità che “alligna in quella ampia area grigia, dove maggiore è l'egoismo, la strafottenza, la furbizia, l'indifferenza per gli altri. Dove la legalità viene praticata solo a parole, giusto per darsi un tono”.

Da noi le cosche non lucrano sul traffico di droga, né sul pizzo, né sulla prostituzione. Se cerchiamo i settori di interesse della nostra mafia disarmata li dobbiamo cercare nelle due facce della nostra economia. La prima faccia è l’economia turistica che è legale (salvo le zone grigie che più volte il Golfo ha mostrato nei rapporti tra gli albergatori e i loro dipendenti) la seconda è l’economia legata all’attività edilizia, per la maggior parte abusiva, quindi illegale.

Dietro questa seconda attività economica prosperano le cosche. Se non si capisce questo concetto gli sforzi di Magistratura e forze dell’ordine perdono di significato. Esse perseguono il singolo abusivo, mettono su migliaia di processi per reati bagattellari. Nessun abuso ha la consistenza di un mostro, di conseguenza tutto procede indisturbato da decenni.

Se invece si riuscisse a vedere il fenomeno nella sua complessità, se si sommassero le decine di migliaia di piccoli e grandi abusi, si vedrebbe immediatamente il volto apparentemente pulito dei mafiosi disarmati.

L’effetto del complesso degli abusi è duplice: il primo è la distruzione del territorio. Il secondo è l’arricchimento dei mafiosi disarmati. Di quei colletti bianchi che praticano la legalità a parole e i mestieri forensi a copertura, giustificazione e complicità del crimine.

Se si riuscisse a vedere il fenomeno da questo punto di vista è evidente che l’abusivismo dovrebbe essere di competenza della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura.

Che ne dici?

13 nov 2004
Pino di Meglio




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